sabato 19 maggio 2018

UN ESTRATTO DE IL CHIODO NEL PUPAZZO NELL'ANTOLOGIA DEL VI PREMIO LETTERARIO CITTA' DI SARZANA

Care amiche e amici sono felice di condividere con voi una bellissima notizia che ho avuto ieri: un estratto del mio romanzo (da pag.66 a pag.67) sarà inserito nell’Antologia del VI PREMIO LETTERARIO INTERNAZIONALE CITTA’ DÌ SARZANA. Ringrazio di cuore la Giuria. Ecco l’estratto:
Ernesto esitò un poco. Fece un passo indietro. Poi si avvicinò. Portò la mano al lembo del lenzuolo che copriva la testa. Lo sollevò. Scoprì la calotta cranica fasciata da garze e grandi cerotti. Poco più giù, dalla pelle bianca come il lenzuolo, comparvero le pupille grandi e dilatate, gli occhi spalancati al soffitto. Poi spuntò la bocca semiaperta. Le labbra asciutte tirate in dentro. La splendida dentatura ancora lucida e intatta era l’unico tratto del viso a conservare la bellezza di prima.
Riappoggiò il lenzuolo sul capo. Tornò a sedersi.
La grande lettiga riprese ad andare lentamente, cigolando come un singhiozzo, e fu ingoiata dalle porte scorrevoli e silenziose dell’ascensore.
Una consapevolezza strana invase Ernesto: il grande mistero dell’universo, la signora morte. Viene e all’improvviso ti deruba di quella individualità a te tanto cara, che è il tuo io. Tu hai impiegato tanti anni della tua vita, fin dai primi mesi, per costruirla, perfezionarla, arricchirla, farla tua. Ne sei geloso. Sei tu. All’improvviso la morte viene alle spalle e te la scippa. Ti lascia senza più te stesso. Ti lascia un corpo che lentamente viene assorbito dal paesaggio, che scivola nella terra fino a confondersi con essa, a diventare qualcosa di remoto.
E tutto ciò incomincia subito, da quando perdi il calore, che è tuo, e sei invaso dal freddo dell’ambiente. L’ambiente ormai ti domina. Poi perdi la pelle, poi piano piano tutto. E lei, la morte, quel corpo te lo fa diventare un liquido nauseabondo che inzuppa la terra. E te lo nasconde dietro centinaia di lapidi e di croci lungo i viali alberati e i cinguettii dei cimiteri. Oppure lo ingoia dalle superfici bavose e oblique dei mari, nei suoi recessi cupi. O lo fa divorare dal sole, dalla terra, dalle pietre, dagli uccelli. Ma tu non lo sai. Non puoi sapere dove sei e cosa sei, perché ormai non ci sei più. L’umanità ha usato la morte per tanti scopi, per comandare, per punire, per compiere atti di eroismo o di martirio, per costruire religioni, poesie, inni, per convincere, per sopravvivere, per studiare il corpo. L’ha usata, ma non sa che cos’è.
Preso da questo vortice di pensieri, Ernesto cominciò a vagare in trance per i corridoi vuoti dell’ospedale, intento ad ascoltare se stesso.
E vagando senza meta ritornò inconsapevolmente nella sala d’attesa della neurochirurgia, da dove si era mosso. Rimase immobile, come in una strana incompletezza, come se qualcosa dovesse ancora compiersi.
E infatti dopo poco si aprì di nuovo la vetrata e ricomparve quel medico di prima. Questa volta lo invitò ad accomodarsi in uno studio all’interno.
Il medico si sedette dietro la piccola scrivania bianca con in mano una cartella clinica e con aria professionale disse: «Scusi se la ho fatta entrare, ma, se lei se la sente, vorremmo che ci desse delle informazioni sulla signora Di Palma. Capisco che non è il momento migliore, ma ci servono per chiarire alcuni aspetti del decesso».
Stampa il post