venerdì 11 maggio 2018

LA RECENSIONE DELLA SCRITTRICE ANTONELLA POLENTA

Il Chiodo nel pupazzo, opera prima in ambito letterario di Bruno Brundisini, in onore di metafora musicale inizia in sordina con un incontro tra Ernesto, un insegnante precario di filosofia, che si guadagna da vivere facendo il galoppino in Tribunale, e l’avvenente Ludovica impegnata con Gilberto, magistrato corrotto e arrogante.
Poi in un crescendo wagneriano si susseguono svariati e incalzanti colpi di scena che culminano nell’apoteosi... del male, inteso come corruzione, superstizione, falsi intendimenti, inganni, esorcismi, mal costume, droga e prostituzione. Una grande villa ottocentesca, tante stanze, mobili ingombranti, angoscianti ritratti e manichini con cartamodelli bianchi indosso, accoglierà il loro amore turbato da un forte rumore proveniente dall’esterno e da una profezia che aleggia invisibile sulla povera ragazza.
Cambia la location divenendo ancor più suggestiva. Un convento trecentesco con un vecchissimo frate in odore di santità, un esorcista che vede il demonio dappertutto e un ampolloso priore.
“Spero che da noi lei troverà la pace e la luce del Signore che la tragedia ha spento nella sua anima”. Con queste parole Ernesto sarà accolto nella comunità religiosa dove si susseguiranno una serie di inquietanti avvenimenti avvolti nella suspense e nel mistero.
Il romanzo è coinvolgente, fluido, con dialoghi convincenti, intriganti. La scrittura è fluente e dotta. Insomma un thriller con la t maiuscola e dire che il titolo mi aveva tratto in inganno facendomi pensare ad un romanzo in pieno stile horror, invece del genere contiene soltanto alcune suggestioni.
Ne consiglio vivamente la lettura.

(Antonella Polenta)
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