domenica 7 gennaio 2018

QUALCHE RIFLESSIONE SUL MALE


Nello scrivere il mio romanzo IL CHIODO NEL PUPAZZO, mi sono in un certo senso ispirato al male, sia come presenza, sia come operatività. Non voglio qui fare spoiler togliendo il gusto della lettura, ma al contrario stimolare la riflessione e comunque sgombrare il campo da supposizioni sbagliate. Nel libro non ci sono descrizioni di violenza gratuita, in nessuna forma, sebbene il male conduca, alla fine, proprio alla violenza.

Parto dalla citazione di una delle più profonde studiose dell’argomento, Hannah Arendt. “E’ anzi mia opinione che il male non può mai essere radicale, ma solo estremo e che non possiede né una profondità, né una dimensione demoniaca. (…) Esso è una sfida al pensiero, perché il pensiero vuole andare in fondo, tenta di andare alla radice delle cose, e nel momento che si interessa al male viene frustrato, perché non c’è nulla. Questa è la banalità.” Così si esprimeva la Arendt, con riferimento all’Olocausto, inteso come metafora del male assoluto e quindi unità di misura e di confronto di tutte le altre forme, per così dire minori, di male collettivo o individuale. Senza giungere a livelli così catastrofici, il male è presente nella quotidianità di ciascuno di noi e spesso assume la regia di determinati comportamenti della società e della natura. Non mi riferisco soltanto al male per così dire volontario, commesso dall’uomo, ma anche a quello del mondo biologico, a quella necessità su cui si regge la vita stessa. Volendo schematizzare al massimo, molte professioni, dal poliziotto  al medico, all’infermiere, esistono per prevenire o contrastare il male.

Mentre il male nel mondo biologico può avere una sua funzionalità (la morte è la grande levatrice della vita), quello sociale è certamente banale nella sua ideazione, per quanto fantasiosa essa sia, perché assolutamente non costruttivo, ma è potente nel suo concretizzarsi. E’ il male che, anche se costruito a tavolino, nasce dal non pensiero, ed è privo della proprietà transitiva del bene che invece giova agli altri. Il male, invece, rimane confinato nell’ambito meschino di se stesso e nel proprio egoismo. Perchè esso agisce soltanto per il proprio tornaconto, come fattore di distruzione dell’altro o di disorganizzazione della società. Quindi nasce dal vuoto sprigionando poi una forte energia. In tal senso si esprime egregiamente il teologo Vito Mancuso che attribuisce al male la suggestione della potenza, mentre il bene non attrae perché nell’immaginario collettivo esprime debolezza. “Il peso che si ha tra gli uomini è proporzionale alla potenzialità di nuocere, alla capacità di far male (…) Se a parole gli uomini dicono di odiare il male, dentro di loro ne sono affascinati, attratti, sedotti.” Dice Mancuso nel suo libro Rifondazione della fede.

In questo senso il male non è solo azione, ma anche potenzialità, minaccia, rappresentando un codice identificativo di uno status, di una organizzazione, di alcune configurazioni del potere e riceve pertanto un consenso sociale. In alcuni casi estremi esso arriva a infiltrarsi anche in taluni rappresentanti delle istituzioni a più alta valenza morale, come descritto nel mio romanzo.
Non è questa la sede per approfondire da un punto di vista teologico l’essenza del male e perché esso ci sia. Mi limito qui a proporre la domanda che si fa l’uomo della strada di fronte all’Olocausto e a tutte le forme di malvagità ““Dove eri tu Dio quando quei bambini entravano nelle camere a gas?” qualcuno ha scritto “Ero io quel bambino che andava a morire”. E’ la risposta che dà il Dio cristiano, il Dio che muore su una croce, in un’equazio
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