domenica 24 settembre 2017

IL CHIODO NEL PUPAZZO: L'IMMAGINE NELLO SPECCHIO


IL CHIODO NEL PUPAZZO

Autore: BRUNO BRUNDISINI

Una storia d’amore nata su una panchina; lei che aspetta il suo fidanzato, lui che la osserva da giorni, sperando di trovare il modo di avvicinarla. Ernesto, insegnante precario di filosofia, riuscirà a conquistare la bellissima Ludovica, strappandola al difficile rapporto con Gilberto, magistrato fedifrago e corrotto. I due iniziano una felice convivenza sulla quale però gravitano delle ombre infauste. Sarà quella strana atmosfera che si respira nella grande villa dove abitano, popolata di inquietanti manichini e ritratti di vecchi antenati, o quella profezia mai pronunciata su una Ludovica bambina da un frate venerato come santo… Sarà lo “spettro” di Gilberto che pare non arrendersi alla perdita della giovane amante o lo strano atteggiamento di Anna, amica di Ludovica, una donna assai esuberante e passionale.

L’invisibile tensione che pesa sulle teste dei due innamorati si risolverà in tragedia, spingendo Ernesto tra le mura di un antico convento del ‘300, lo stesso che Ludovica frequentava da piccola, luogo di esorcismi e credenze medioevali. Qui, nell’incalzante susseguirsi di eventi ammantati di mistero, Ernesto potrà lentamente dipanare l’intricata matassa dei fatti che hanno stravolto la sua esistenza, per approdare ad un epilogo assolutamente sorprendente.

Un romanzo intenso, avvincente, dove la suspance del thriller si colora di forti suggestioni horror, che tiene costantemente viva l’attenzione del lettore e insieme pone importanti interrogativi sul dolore, il male, la superstizione e l’arroganza del potere.

Vi riporto uno stralcio del capitolo VIII.

VIII. UN SOGNO INQUIETANTE

 

Si alzò. Raggiunse barcollando il letto, mentre tutta la stanza gli vorticava intorno come in un luna park surreale. Si lasciò cadere sulle coperte, ancora vestito e con le scarpe. Le palpebre erano ormai due macigni. Dalle gambe via via fin sulle braccia saliva la sensazione rassicurante dei muscoli che si spalmavano sul lenzuolo. Sentì la bocca arsa in cerca di acqua, lo stomaco che gli ribolliva come una caldaia.

Girò gli occhi intorno. La stanza era buia, ma si accorse di non avere più le scarpe. Ancora disteso, cercò col piede nella profondità del pavimento una pantofola, che certamente doveva esserci. La tastò, la infilò con difficoltà senza vederla. Si sedette cercando di infilare anche l’altra e mettersi in piedi. Si sollevò malfermo sentendo le gambe dure come due pezzi di legno e i piedi incollati a terra. Si mosse in direzione dell’armadio. Lo aprì sentendolo scricchiolare. Gli abiti si vedevano a malapena tutti in fila, appesi alle grucce come impiccati. Cercò nelle tasche dei giacconi una torcia elettrica. L’accese e nel buio si fece guidare da quel bagliore tondo e oscillante lungo il corridoio. Entrò nel bagno. Con la torcia illuminò gli angoli oscuri, poi risalì verso lo specchio posto sul lavandino.

Ma il grande specchio non ricevette quella luce. In esso si proiettava l’oscurità totale, profonda come un buco nero. Poi intravide solo i riflessi lucidi delle maioliche alle pareti. I profili degli oggetti erano deformati e tremolavano, come in un paesaggio subacqueo. Lo stesso avveniva per la finestra, le piante, i libri impilati, i sanitari laccati e per quella parte del bagno che rientrava nell’angolo di visualizzazione dello specchio.

E in tutto questo mancava la sua immagine. Eppure lui stava lì, si toccò il viso. Sì, era esattamente davanti allo specchio. Impossibile che non lo mostrasse. Provò a mettersi ancora più vicino, ma niente. Lui proprio non c’era. In preda al terrore guardò fisso nel vetro. Lentamente dal buio della sua assenza ecco… affiorava tra la nebbia, timido e trasparente, il volto sfocato di Ludovica. Sì, era proprio lei. Certo, non aveva il viso bello e giovane di quando era viva e si pettinava facendo le boccacce davanti a quello stesso specchio. Aveva un volto serio, senza trucco. I capelli con una paurosa ricrescita bianca, penzolavano spettinati. Le labbra secche, i denti cariati e qualcuno mancante. Le guance cadevano ai lati. Aveva due grandi borse sotto gli occhi. Sembrava molto invecchiata, come se fossero trascorsi decine e decine di anni dal periodo della giovinezza. Eppure era morta solo pochi giorni fa. Aveva in mano una rosa bianca come il suo viso. E lo guardava e lo guardava… Che strano: all’improvviso c’era di nuovo il temporale ed era proprio dentro al bagno con la luce sinistra dei suoi lampi. I flash illuminavano il volto di Ludovica per poi restituirlo al buio. E lei, con molta fatica, riusciva a emettere dei suoni gutturali, profondi. Dava l’impressione di volergli dire qualcosa di molto importante, ma le parole si frammentavano in bocca, affogate in uno strano catarro.

Poi quel viso sembrò mettersi più a fuoco e zoommarsi in una dimensione più piccola.

Adesso lei riusciva a parlare lentamente, con un sillabare metallico, come lo snodarsi al rallentatore di una incisione su nastro, senza tono, senza che le labbra si aprissero. Le parole uscivano dalla bocca come se stessero gocciolando.

«Non credo di essere morta per l’incidente. Sono stata uccisa. Chi mi ha uccisa?».

Le ultime sillabe svanivano nel sibilare disperato.

Poi il volto divenne immobile, fermato in un’istantanea e sfumò fino a dissolversi.

Lo specchio si spense, come un’immagine proiettata su una parete. E tutto finì…

 

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