giovedì 29 dicembre 2016

E dopo la prima stesura...


 
Il dizionario Garzanti dà tre definizioni del termine stesura: 1) lo stendere, lo spalmare: la stesura dei colori sulla tela 2) il mettere per iscritto: la stesura di un contratto, di un verbale 3) redazione di un’opera letteraria: le tre stesure dell’«Orlando furioso»

Il termine deriva dal participio passato di stendere.

Penso alle varie stesure di romanzi famosi dell’800, al lavoro manuale di scrittura e riscrittura che gli autori del passato dovevano effettuare, con la penna stilografica, intingendo ogni volta il pennino nell’inchiostro. E poi cancellare e riscrivere. Una vera fatica e una grande genialità. Chi scrive oggi è molto facilitato. Con Word correggi continuamente in un attimo, aggiungi e togli facilmente parole e frasi via via che scrivi. In pratica hai sempre davanti la bella copia. E poi, quando hai qualche dubbio, con i motori di ricerca vai facilmente in internet a verificare  il significato di una parola che magari usi sempre nella lingua parlata, ma vuoi inserire in maniera appropriata nel testo. Allo stesso modo verifichi la grafia corretta di termini stranieri entrati ormai nell’uso della lingua italiana. Internet, inoltre, ti permette di documentarti in un attimo su qualsiasi riferimento storico o di costume o geografico che vuoi inserire nel testo. Basta chiedere alla rete ed essa ti dà una risposta nella quasi totalità dei casi. Per mesi ho dedicato due-tre ore del giorno, la sera dopo il lavoro, a leggere e rileggere i 24 capitoli del mio romanzo e ogni volta mi accorgevo che mancava qualcosa, che era meglio sostituire una parola con un’altra. A questo punto ho cercato di diventare io il lettore di me stesso, di spostarmi dall’altra parte del computer. E poi incominciai a leggere il testo ad alta voce per cogliere eventuali cacofonie ed eliminarle. Facevo in contemporanea editing e correzione dei refusi. Tanti refusi. Più leggevo, più mi comparivano errori grossolani di battitura. Alla fine quando mi è sembrato tutto a posto, ho provato paradossalmente un senso di vuoto, una sottile malinconia. Dicono che è normale. Hai investito tanti mesi a costruire la trama, a renderla congruente, a dare un’anima ai tuoi personaggi e alla fine senti di non avere più niente da dire, almeno per il momento. Ti sei innamorato dei tuoi personaggi, (di tutti, a prescindere dai valori che hai conferito a ciascuno di loro) ed ora li devi lasciare, non puoi dare più niente a loro. Sono ormai autonomi e vivono confinati nella storia che hai dato loro, senza più possibilità di nuove espressioni.  Allora capisci perché molti autori, soprattutto di gialli, scrivano una serie di romanzi con gli stessi personaggi.
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